[Tratto dal Capitolo I de Il Mistero dell’Isola di Pasqua]
ATTENZIONE: La vicenda descritta dal romanzo è ambientata nel 1969, ma riguarda vicende politiche e sociali fittizie. L’esistenza di rivolte degli abitanti dell’Isola di Pasqua e l’esistenza del Mistero sono romanzesche e frutto della mia fantasia.
Un’isola dell’Oceano Pacifico, possedimento cileno dal 1888: Pasqua, nota anche con il nome polinesiano “Rapa Nui” (grande roccia letteralmente), rappresenta uno dei posti più isolati e misteriosi del mondo. Sull’isolotto (162.5 Kmq), ci sono tre vulcani e alcuni rilievi – il più alto, con i suoi 510 metri, era il Cerro Terevaka –, zone completamente disabitate e piccoli villaggi. Hanga Roa è il capoluogo e sede del governatorato cileno, ma altri importanti centri sono Mataveri, Vaihu e Anakena.
Le costruzioni che rendono l’isola unica al mondo sono i moai, imponenti statue di tufo alte decine di metri, che sono probabilmente un primo piano dei progenitori degli indigeni polinesiani locali, noti con il nome di “Rapanui” o, più semplicemente, “pasquensi”. I nativi, nel corso del XVIII e XIX secolo, sono stati decimati da massacri, dalle malattie portate dagli europei e da una grande carestia. I cileni hanno riconosciuto l’autorità del loro re, ma, nonostante le tante promesse di migliorarne le condizioni, li hanno progressivamente ghettizzati nelle periferie ed emarginati dalla vita politica. I pasquensi continuano spesso a dimostrare contro il governo e talvolta sono impegnati in azioni di disturbo e di guerriglia. Una buona parte della popolazione occidentale è rappresentata da linguisti, antropologi e archeologi, che cercano di ricostruire la storia pasquense, avvolta ancora nel mistero.
Gli studiosi avanzano supposizioni, basandosi su racconti tramandati oralmente dai nativi per secoli. Gli unici documenti scritti sono una serie di tavolette scritte con alcuni geroglifici. chiamati rongo-rongo, non ancora decifrati. Gli archeologi, oltre a tante leggende, sono venuti a conoscenza dell’esistenza di una reliquia perduta, che i sacerdoti indigeni identificano con la parola “mistero”. Gli studiosi, convinti di poter comprendere meglio la storia del popolo pasquense, sembrano ora vicini alla scoperta del mistero dell’Isola di Pasqua.
Travaglio demolisce le stupidaggini scritte con la vernice rossa (rossa…) sulla statua di Indro Montanelli. “Gli indigeni gli dissero che ‘era meglio se si fossero sposati’. E come ci si sposava? Stipulando un contratto pubblico, che si chiamava madamato, con i genitori delle ragazze da marito che per loro erano oltre i 12”.
Travaglio conclude: “Non l’ha mai negato perché così si faceva all’epoca. Giudicare i fenomeni storici con gli occhi di qualche decennio dopo non ha alcun senso. La proposta di abbattere la statua viene in nome dell’antirazzismo, ma oggi uno storico, Angelo Del Boca, ha detto ‘ma quale razzismo, i matrimoni misti erano esattamente il contrario, erano le leggi razziali che hanno poi vietato i matrimoni misti che lo erano’. Un razzista con una donna africana non ci prende nemmeno un caffè figuriamoci sposarla.
La statua di Edward Colston gettata dai militanti di Black Lives Matter
Autore: Ben Birchall Copyright: PA Wire
Un articolo del prof. Massolo
Disoccupazione, povertà dilagante, calo pauroso del PIL, chiusura di migliaia di piccole imprese. In questa situazione, che fa prevedere sviluppi apocalittici, la borghesia dominante radical-chic riesce a spostare l’attenzione sulla statua di Robert Milligan e su quella di Edward Colston o Indro Montanelli.
È veramente incredibile la capacità della classe dominante neoliberista e globalista di conservare l’egemonia politico-culturale attraverso questa strategia mediatica diabolica. Chapeau!
La situazione politica in Italia – ma anche nel resto d’Europa, aggiungerei – non è per niente felice.
In Italia abbiamo tre grandi partiti politici che rispecchiano tutti, anche se in modo diverso, l’egemonia delle classi dominanti. Il Partito Democratico è conservatore, nel senso che è a favore di banche, multinazionali, della finanza e dell’Unione Europea. Chiamarlo partito di sinistra è come chiamare rock Gigi D’Alessio. Il Movimento Cinque Stelle è un finto partito riformista, che con la scusa di introdurre la questione morale e l’onestà nella politica – concetti che appunto alla politica non appartengono – è simile al PD. I Cinque Stelle, forse, a differenza del loro alleato di governo, cercano di sovvenzionare alcune piccole e medie imprese, mediante sgravi fiscali o il versamento dei famosi seicento euro alle partite IVA. La Lega e Fratelli d’Italia sono moderatamente nazionalisti: si richiamano agli antichi valori di Dio, Patria e Famiglia come strumento di propaganda. Il loro interesse principale è quello di salvaguardare l’esercito, le forze dell’ordine e gli interessi della grande impresa.
In realtà queste forze politiche hanno in mente una politica economica abbastanza simile. Sembrano ideologicamente diverse, perché si richiamano a valori diversi per far presa, ognuno, su un certo tipo di elettorato.
Una cosa è sicura: manca assolutamente un partito della classe lavoratrice, cioè un’organizzazione che tuteli la maggioranza dei lavoratori dipendenti: operai, contadini, ingegneri che lavorano per aziende informatiche, insegnanti, impiegati comunali, regionali e provinciali, commessi, baristi, camerieri, tirocinanti per studi di liberi professionisti, etc. Chi più ne ha più ne metta.
Manca un partito della classe lavoratrice: è questo il vero motivo per cui stiamo diventando, contrariamente a quello che ci vogliono far credere, non un paese di immigrati ma un paese di emigranti.
Le proteste per le innumerevoli violenze della polizia americana sono giuste, ma il problema è: perché i media si sono schierati a favore?
I media lodano la popolazione manifestante, a patto che sia pacifica e non sconvolga il sistema. Ogni tanto parlano con disprezzo di infiltrati anarchici, black block o facinorosi che si approfittano della protesta per manifestare il proprio odio. Ma siamo sicuri che siano pochi e isolati facinorosi?
Tante sono state in passato le proteste per le violenze dei poliziotti sugli afroamericani ma perché un moto così ampio e diffuso nel 2020? La recente pandemia di coronavirus, il successivo lockdown, la disoccupazione e il disagio sociale sono stati sicuramente un fattore determinante per le proteste. Ma i media hanno cercato di neutralizzarle e di spiegarle, tramite la propria propaganda, come una mera questione, razziale.
I media non dicono che i neri colpiti dalle violenze della polizia non hanno niente a che vedere con i neri borghesi e ricchi, ma sono quelli dei ghetti, quelli più poveri e più deboli socialmente. Le violenze della polizia si concentrano principalmente contro gli afroamericani perchè sono in genere più poveri rispetto ai bianchi: il problema è quindi sociale ed economico, ma non razziale, come i media ci vogliono fare credere. Se sei ricco, sicuramente non avrai bisogno di commettere piccoli furti per sopravvivere in una società feudale come quella odierna e non verrai mai a contatto con la polizia, al di là del colore della tua pelle.
Le proteste che stanno avvenendo in America sono in realtà dovute principalmente alla disoccupazione, inasprita dalla pandemia, alla mancanza di protezione sociale dei lavoratori e alle crescenti disparità. La borghesia ha poi, mediante i media, trasformato la protesta in una mera questione razziale. Inoltre ha deciso di screditare, mediante queste proteste, l’impopolare presidente Trump per sostituirlo con un volto meno divisivo, più amato dal popolo, un po’come Obama, che faccia finta di cambiare tutto per non cambiare nulla.
Media americani/Stop alla Violenza/Povertà negli Stati Uniti
Procediamo con ordine. Nell’articolo datato 10-5 pubblicato su Famiglia Cristiana dopo la “liberazione”, Alberto Pellai esalta la forza e la fermezza di Silvia Romano come modello per i nostri giovani. https://m.famigliacristiana.it/articolo/la-forza-di-silvia-romano-e-come-quella-dei-nostri-figli-forti-come-lei.htm Lo stesso Pellai, in un articolo datato 11-5 (cioè il giorno dopo), spiega la “conversione” della giovane cooperante come effetto della famosa “sindrome di Stoccolma”, che certo non è proprio il massimo in termini di forza d’animo e stabilità. Ma alla fine del pezzo viene confermata la tesi dell’ammirevole forza di Silvia Romano (anche se i caratteri del testo in questa parte sono più piccoli…). https://m.famigliacristiana.it/articolo/silvia-romano-e-la-sindrome-di-stoccolma-ecco-perche-ne-parliamo.htm Aggiungo io che, a prescindere dalla “sindrome di Stoccolma”, la conversione all’Islam difficilmente può essere considerata una prova di forza dal punto di vista cristiano. Soprattutto se si tiene conto del fatto che la Chiesa per circa 2000 anni ha esaltato costantemente la fermezza dei “Martiri per la Fede”. Inoltre, bisogna tener conto del fatto che oggi, nel mondo, circa 250 milioni di cristiani sono perseguitati per la loro Fede, soprattutto nei paesi musulmani, e pagano un alto prezzo di sangue per rimanere fedeli a Cristo.
La Basilica (basilica “minore”, per l’esattezza) paleocristiana di S. Vitale si trova in Via Nazionale, ma notevolmente più in basso rispetto al livello stradale. È ubicata precisamente nei pressi del Palazzo delle Esposizioni, a poca distanza dalla chiesa di S. Paolo entro le Mura (che però si trova sul lato opposto). Una scalinata collega la chiesa alla strada.
La collocazione cronologica della vita del Santo, a cui è dedicata ufficialmente dal 595, è estremamente incerta: San Vitale è vissuto nel I o forse tra il III e il IV secolo. Non è facile distinguere la verità dalla leggenda nelle vite dei Santi. Sappiamo che Vitale era un militare milanese di origine e fu martirizzato a Ravenna, probabilmente all’inizio del IV secolo.
La chiesa di San Vitale venne costruita agli inizi del V secolo riutilizzando un precedente oratorio dedicato ai Martiri Gervasio e Protasio (figli di S. Vitale), trasformato in basilica a tre navate durante il pontificato di Innocenzo I (401-417). La data precisa della consacrazione non è certa, potendosi situare o poco prima o poco dopo il famoso sacco di Roma da parte dei Visigoti avvenuto nel 410.
Proprio in quel momento storico avvenne il vero crollo dell’Impero Romano d’Occidente sotto l’impeto delle invasioni barbariche, con largo anticipo rispetto alla datazione ufficiale del 476. Bisogna precisare che già dal tempo di Diocleziano Roma non era più la capitale (intesa come sede imperiale) o almeno non era più la sola capitale dell’Impero d’Occidente (definitivamente separato dalla parte orientale alla morte di Teodosio nel 395) poiché divideva questo ruolo con Milano, mantenendo comunque una supremazia morale. Nel 402 l’imperatore Onorio spostò la capitale ufficiale da Milano a Ravenna, ritenuta inattaccabile per via delle paludi. Gregorovius ci dice, nel I volume della Storia di Roma nel Medioevo, che dal punto di vista dei monumenti la città già prima del sacco alariciano del 410 era in piena decadenza. Quindi S. Vitale sorse in un’Urbe già in buona parte in rovina, in cui l’impronta cristiana era ancora limitata. Infatti Gregorovius è convinto che la portata delle devastazioni prodotte dai Visigoti è stata per troppo tempo sopravvalutata.
All’inizio la basilica era nota come “titulus Vestinae” dal nome della matrona romana che aveva lasciato tutti i suoi beni per l’edificazione del luogo di culto. All’epoca questo tipo di denominazione era normale e derivava dalla consuetudine romana di scrivere su una lastra (titulus) il nome del donatore di un edificio di uso pubblico. Si veda a questo proposito la lista dei tituli indicata nel Sinodo del 499, importantissima fonte d’informazione sulla storia più antica delle chiese romane.
Nel corso dei secoli S. Vitale andò incontro a vari restauri e subì radicali trasformazioni. Nel XV secolo Sisto IV (1471-1484) la fece ristrutturare drasticamente ed eliminò le navate laterali. Tracce di questa trasformazione sono ancora visibili sul lato destro della navata. Sul portale, dotato di notevoli battenti lignei scolpiti nel Seicento, è infatti presente lo stemma di Sisto IV con la tipica quercia araldica dei Della Rovere, sovrastato da un’iscrizione che ricorda il suo intervento. La chiesa è preceduta da un portico paleocristiano a cinque arcate con capitelli del V secolo. Dopo la cessione della chiesa ai Gesuiti nel 1595 da parte di Clemente VIII Aldobrandini, il portico venne chiuso e trasformato in vestibolo. I lavori degli anni ’30 del Novecento l’hanno ripristinato. Nel muro di facciata si può notare che in origine alle cinque arcate del portico corrispondevano altrettante aperture: un esempio molto raro di facciata “aperta”.
L’interno della chiesa, nonostante i pesanti interventi che si sono succeduti nel corso dei secoli, fra cui dobbiamo considerare anche quello di Pio IX del 1859, si presenta armonioso e suggestivo. Si ha veramente l’impressione di trovarsi in uno spazio-tempo sacro nettamente separato dal caos e dal rumore di Via Nazionale e ciò è dovuto ovviamente al notevole dislivello rispetto alla strada. La suggestione dell’ambiente è il prodotto di una particolare combinazione: semplicità strutturale (navata unica con due altari per lato) e tipicità della decorazione pittorica, che è basata su un progetto unitario, sia per i contenuti, che per lo stile manieristico, tanto vituperato e da me amato.
Il tema fondamentale del ciclo di affreschi, realizzati dai pittori Ciampelli, Ligustri e Commodi al principio del Seicento, è infatti il martirio; su questo aspetto risulta chiaro il parallelo con S. Stefano Rotondo. Entrambe le chiese passano sotto il controllo dei Gesuiti nella seconda metà del XVI secolo e quindi la rappresentazione del martirio ha una precisa funzione diciamo “pedagogica”: i Gesuiti, nella loro attività missionaria sia nei paesi ancora pagani, sia in quelli protestanti, devono essere pronti al sacrificio supremo. Non va trascurato neppure l’aspetto ideologico: in chiara polemica con la chiesa riformata, che ha esaltato il valore della fede rispetto alle opere, nell’ottica controriformistica il martirio è proprio da vedere come la massima opera umana possibile in funzione della salvezza eterna. E questo ovviamente vale non solo per i Gesuiti, ma per tutti i fedeli.
Stabilita l’analogia con S. Stefano Rotondo, non si può trascurare la profonda differenza d’impostazione. Nella chiesa sul Celio il Pomarancio (per l’esattezza Niccolò Circignani per evitare di confonderlo con gli atri due “Pomaranci”) ha voluto soprattutto mettere in risalto il lato cruento e direi raccapricciante del martirio. Gli affreschi di S. Vitale sono nettamente diversi: l’atmosfera è molto più distesa. A che cosa dobbiamo questa differenza così marcata? Cercherò di spiegarlo brevemente. La maggiore fama dell’artista ci porterebbe a privilegiare la Lapidazione e il Martirio di S. Vitale nel transetto del toscano Agostino Ciampelli, pittore abbastanza conosciuto e apprezzato nell’ambito della pittura controriformistica. Ma io adoro -e qui sta la differenza!- i 10 paesaggi attribuiti all’assai meno noto artista viterbese Tarquinio Ligustri (“nomen omen”) nelle pareti della navata.
Scrive Maria Barbara Guerrieri Borsoi nel Dizionario Biografico della Treccani: “Precise indicazioni documentarie consentono di datare al 1599 l’intervento del L. nella decorazione della chiesa di S. Vitale. La critica è concorde, salvo Bailey (2003), nel riconoscergli i dieci grandi paesaggi con scene di martirio – dove il paesaggio, di impostazione affine a quella di Paul Bril, domina sulle piccole figure umane, contribuendo però a storicizzare gli avvenimenti e a sottolinearne la tragicità, con forme aspre e talora irreali – e, con minore sicurezza, interventi negli affreschi dell’area presbiteriale. Un pagamento per opere imprecisate avvenne anche nel 1603.”
Francamente, senza nulla togliere all’indubbia competenza della studiosa e all’autorità indiscussa della Treccani, la mia personale impressione estetica diverge da questo giudizio, nel senso che la bellezza del paesaggio non accentua nel mio animo la tragicità e neppure la “storicizza”, ma anzi la trasforma, la sublima in un senso di pace metafisico….
Ma di certo non sono il solo a pensarla così: “Ciò che predomina nelle raffigurazioni in sostanza è il paesaggio, in una visione pacifica e indisturbata in cui si svolge ogni singola vicenda di martirio. Questa scelta rappresentativa è davvero non comune per l’epoca, perché al tempo dei Gesuiti si preferiva privilegiare rappresentazioni terrificanti di orribili tormenti. La natura inviolata qui è la scena predominante, è il teatro in cui si compie il martirio, che viene intarsiato in questa scenografia come fosse la pietra più preziosa da estrarre da questo gioiello. La visione paesaggistica è il rimando al mondo, al creato, al simbolo dell’opera tutta di Dio, che assiste allo svolgersi sereno del suo disegno. La visione dell’ambiente naturale non è nitida, tutto il contesto appare quasi enigmatico, da decifrare: un ammaestramento iconografico, che interviene in modo molto sottile a ricordarci che la nostra visione umana, stretta nella finitudite terrena, non è perfetta (Viviana Cuozzo, dal sito della Parrocchia di S. Vitale).”
A parte l’imprescindibile Guida Rossa del Touring, consiglio Le Chiese di Roma di Claudio Rendina. Utile è anche il “dépliant” disponibile in chiesa per “pellegrini e turisti”.
La grande fama di Porta Pia, ovviamente, è legata alla presa di Roma avvenuta il XX settembre del 1870, ma questo non basta: ora cerchiamo di conoscerla un po’ di più per capire che la sua importanza va ben oltre. Perchè merita un’attenzione particolare, anche se così non pare alla stragrande maggioranza delle persone che ci passano accanto?
La ragione è molto seria ed è legata essenzialmente al fatto -assai poco noto, per la verità- che si tratta di una delle ultime opere (forse proprio l’ultima) di Michelangelo. Breccia di Porta Pia, Roma Capitale, Michelangelo….non è poco. In più ci sono le immortali Mura Aureliane, a poca distanza il Monumento al Bersagliere, il Ministero dei Trasporti, il Monumento alla celeberrima Breccia che ha cambiato per sempre il destino di Roma…insomma possiamo gustarci in pochi metri un condensato della Storia d’Italia e di Roma. Per non parlare del fatto che il citato Ministero adiacente si è preso (purtroppo!) lo spazio di ciò che restava della settecentesca Villa Patrizi. Ma torniamo all’argomento principale e procediamo con ordine. Porta Pia nasce in sostituzione dell’antica Porta Nomentana delle Mura Aureliane (ora murata) per iniziativa di Papa Pio IV Medici (1599-1565), fra il 1561 e il 1565. Lo scopo era il miglioramento della viabilità in seguito alle trasformazioni della zona, che rendevano Porta Nomentana non più adatta allo scopo originario. Più precisamente, il papa voleva un fondale adeguato per il “rettifilo” che da lui prese il nome di Via Pia (oggi Via XX Settembre), con il quale il pontefice aveva voluto collegare direttamente il Quirinale con la Via Nomentana. Il tutto rientra nella grande opera di ristemazione della viabilità iniziata nel ‘400 per favorire il trasporto delle merci e soprattutto per agevolare il cammino dei pellegrini Non abbiamo il progetto originario del Buonarroti e non sappiamo se il Maestro, all’epoca già molto anziano, abbia potuto seguire personalmente almeno in parte la realizzazione dell’opera, probabilmente affidata ai suoi allievi e collaboratori. In ogni caso, egli morì (1564) prima del completamento, eseguito dal suo allievo e collaboratore Jacopo del Duca, il quale terminò anche la chiesa di S. Maria degli Angeli, altro capolavoro architettonico michelangiolesco. La prima cosa da notare è che la porta, essendo fortificata per ragioni ovvie di difesa, è arretrata rispetto alla linea delle mura, e questo aumenta l’effetto scenografico complessivo. La facciata progettata da Michelangelo è quella rivolta verso l’interno della città, cioè verso l’odierna Via XX Settembre. Giusto per fare un confronto, possiamo notare ad esempio che la parte monumentale di Porta S. Paolo (risalente nella sua forma attuale al V secolo) è rivolta verso l’esterno, cioè verso Via Ostiense. Lo stesso discorso si può fare anche per Porta S. Giovanni, che è di poco successiva a Porta Pia. Dice a questo proposito la Guida Rossa del Touring: “Opera di transizione al barocco, la caratterizza una libertà inventiva che innova il tema della porta urbana gia nell’insolito rivolgersi all’interno.” Stilisticamente, il disegno di Porta Pia si può collocare nell’ambito del Manierismo, la tendenza storico-artistica che segue il Rinascimento e precede il Barocco. Infatti Francois Nizet la considera “foriera del barocco”. Si può osservare la felice fusione dell’impianto fondamentalmente classico con la decorazione piuttosto fantasiosa ed elaborata. Da notare in modo particolare il tema dello scudo o più probabilmente “patena” cinta da una stola, ripetuto tre volte, che ricorda le vaschette dei barbieri con l’asciugamano. Al centro in alto troviamo addirittura, stando a quest’interpretazione un po’ birichina, il sapone rappresentato da un cubo. Michelangelo avrebbe voluto alludere, secondo una tradizione popolare, all’origine di Pio IV, che proveniva da una famiglia di barbieri milanesi arricchiti (infatti suo padre era notaio). La “vendetta”, diciamo così, di Michelangelo, sarebbe dovuta al modo irrispettoso con cui Pio IV aveva chiesto al Maestro il preventivo dell’opera, come se si fosse trattato di un artigiano qualsiasi. Sta di fatto che il papa era nato a Milano e non sono attestati legami di parentela tra i Medici di Milano e i ben più noti e blasonati Medici di Firenze. A parte questo, sulla porta è presente al centro lo stemma mediceo, richiamato dalle sei palle presenti sui merli, il che prova lo stretto legame se non altro politico fra le due famiglie omonime. La facciata è formata da un corpo compatto in mattoni a vista dotato di merlatura e diviso al centro da un elaborato portale nettamente aggettante di travertino, con lesene scanalate, bugnato, timpano composito. Interessante anche il doppio ordine di finestre: in basso finestroni timpanati, sopra finestre più piccole dotate di una cornice molto elaborata. Al di sopra del compatto corpo principale vediamo una struttura nettamente più stretta che da lontano può sembrare quasi una torre, perfettamente in linea con il portale centrale sia in senso geometrico che stilistico. In questo prolungamento del portale grandioso troviamo lo stemma mediceo fiancheggiato da due angeli molto maschili e muscolosi, chiaramente michelangioleschi sul piano del concetto formale, scolpiti da Nardo de’ Rossi. Più in alto ancora troviamo lo stemma di Pio IX con un’epigrafe che ricorda l’intervento di ricostruzione dell’attico, danneggiato forse da un fulmine più di duecento anni prima, realizzato dal Vespignani nel 1853. Al 1869 risale l’attuale facciata posteriore in stile neoclassico di Virginio Vespignani, il grande architetto di Pio IX, decorata da due statue che raffigurano S. Agnese e S. Alessandro, danneggiate durante la presa di Roma e lì ricollocate nel 1929. Il papa, infatti, aveva attribuito ai due Santi un prodigioso intervento che lo aveva salvato da un crollo avvenuto durante una visita al Convento di S. Agnese nel 1855.
Bibliografia: Naturalmente sono sempre utili la precisa e sintetica Guida Rossa del Touring e La Grande Guida di Roma di Claudio Rendina. Vorrei segnalare anche il bellissimo libro di F. Nizet “17 itinerari a Roma”.